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| Martedì 29 Marzo 2011 01:45 |
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Siamo nati tra le pieghe del movimento dell'Onda; all'interno dei processi contro la dismissione dell'università pubblica si è iniziata a costituire una soggettività nuova, che sentiva il bisogno di andare oltre le mura dell'università in dismissione per sfuggire alla crisi e alla sua gestione in termini di austerity e autoritarismo. Ci siamo mossi con una convinzione: la “democratica” Pisa non garantisce diritti e garanzie a una generazione senza futuro, precaria, sfruttata, compressa nei tempi di vita e imprigionata in un eterno presente. I tagli al sociale e la retorica della sicurezza, la speculazione sulle vite di studenti e precari producono anche nel nostro territorio forme di esclusione dalle decisioni sul nostro futuro e presente. Attraverso le pratiche conflittuali, con i percorsi di autoformazione, nelle battaglie contro la militarizzazione del territorio e la retorica securitaria, dalle feste pirata all'arte indipendente nelle piazze, fino al lavoro sul genere abbiamo tentato di ripensare in maniera radicale il nesso tra le istituzioni cittadine (Università, comune o dsu...) e il corpo precario, quello che troppo spesso viene definito impropriamente “studentesco”. Nella scorsa primavera ci siamo ripresi una parte di Pisa che non avevamo mai vissuto, in cui tante volte eravamo passati di corsa per prendere un treno o per spendere in libri e vestiti, il “salotto di Pisa”, una via in pieno centro che vorrebbe rendere invisibile la nostra generazione. Così abbiamo deciso di fermarci per riprenderci uno spazio dimenticato, per farlo riemergere dal cumulo di polvere, calcinacci e merda di piccione. Quella prima esperienza si è interrotta in un clima cittadino da emergenza democratica, in cui in una settimana si sgomberavano una dopo l'altra le esperienze di Palazzo Mastiani e delle case occupate di via Marsala, si firmava con Maroni il nuovo patto “Pisa sicura” (il solito pakko!), con il sindaco Filippeschi sotto scorta e l'allora rettore Pasquali rintanato nelle stanze del rettorato, protetto dai reparti della celere. Beh, non sono riusciti a fermarci, siamo ancora qua, più forti e determinati, e decisi a non mollare. Oggi abbiamo deciso di rimetterci in viaggio, di nuovo pronti a riconnettere chi attraversa, fa vivere e rende ricca questa città, ma che non compare nelle narrazioni mainstream se non come un problema residuale. Siamo tornati, ma diversi, perché rimettersi in movimento dopo aver vissuto una mobilitazione autunnale che a Pisa è stata incredibile per intensità e qualità significa innovare ancora una volta un percorso politico fatto di scommesse e ipotesi che vivono nei conflitti e che dai conflitti si lasciano continuamente trasformare. Non ci sentiamo soli: una presa di parola straordinaria ha visto il mondo studentesco e precario rimettersi in moto, mettendo al centro del dibattito il ripensamento del pubblico e i beni comuni e facendo emergere una generazione esclusa dal patto sociale, quella che lo scorso anno volevamo far uscire dal silenzio. Superare i confini significa questo,vuol dire mettere in connessione mondi che vengono isolati e smembrati,e questo è stato per noi il Laboratorio Occupato Tijuana ,un luogo che abbiamo riempito di musica, iniziative, politiche, artistiche e culturali, vita. Abbiamo raccontato un’altra storia a questa città che aveva visto le sue piazze ridotte a un manipolo di telecamere,o appesantite da presidi permanenti di carabinieri come nel caso di Vettovaglie, abbiamo parlato di una nuova forma di socialità capace di prefigurare una reale uscita dalla crisi dal basso, che rompesse individualismo e sfruttamento e costituisse un nuovo modo di pensare la formazione e la sua relazione con il territorio. Davanti ai continui tentativi di normarci, di tenerci lontani dai processi reali riteniamo sia necessario sviluppare percorsi autonomi, che si nutrano dell'ambizione di trasformare realmente il volto della città. Costruire dal basso un nuovo welfare che ci sottragga alla precarietà esistenziale e alla ricattabilità, promuovere momenti di confronto che producano un sapere vivo capace di parlare di questo presente, dare spazio a quell’arte che non ha paura di uscire all’aperto, che vuole contaminare ogni muro e ogni incrocio. Costruire quindi la nostra indipendenza, quella che la precarietà pervasiva ed esistenziale ci sottrae ogni giorno.
Cosa pensiamo quando diciamo (o sentiamo dire) che Pisa è una città universitaria? Nessuno può obiettare della realtà di questa affermazione, ma è talmente abusata che troppo spesso si perde nel nulla della retorica politica: da una parte è usata come slogan attrattivo per le future matricole, dall'altra si concretizza in dispositivi che sfruttano gli studenti come mano d'opera a basso costo, se non come fonte inesauribile di lavoro non retribuito negli stage e tirocini dentro e fuori l'università. Per questo siamo nauseati dal costante piagnisteo sul distacco tra università e città. Il gioco è sempre quello di rappresentare l'ateneo di Pisa come ente esterno, accidentale, laddove invece tutti i rapporti sociali del territorio passano per l'istituzione universitaria nelle sue mille articolazioni. Pisa è una città universitaria perché è città e università insieme, perché le frontiere tra le due sono in continuo mutamento, in un continuo processo osmotico. Esiste una moltitudine di “studenti-precari” reali, portatrice di un sapere collettivo e innovativo, di bisogni e desideri che non possono essere descritti da nessuna statistica e sfuggono continuamente al controllo, a quei recinti invisibili della cittadella universitaria ovattata e decadente, in cui il sapere ha il ruolo di un feticcio nozionistico, che da qualche anno a questa parte sta diventando sempre più scadente. È un costante regime di scarsità quello con cui ci confrontiamo, in cui la dequalificazione dell’università è funzionale ad una sempre maggiore precarizzazione e al declassamento di tutta la forza-lavoro del territorio. La crisi accentua queste dinamiche: non c'è spazio per un sapere di qualità, né per una reale possibilità di realizzare le potenzialità individuali. Recenti inchieste mostrano come ormai possedere un titolo di laurea possa diventare un problema anziché una risorsa: “troppa qualità” significa paradossalmente richiedere redditi più alti, essere più intelligenti e quindi meno ricattabili, significa, non stare al passo con i tempi della crisi. Per noi Palazzo Mastiani, questo spazio che sottraiamo all'abbandono, è un mezzo per uscire dalla crisi dei saperi affermando un altro concetto di qualità, di merito, di eccellenza. L'indipendenza non è mai scontata, richiede pazienza e determinazione, ma passa prima di tutto per la costruzione di saperi comuni, che oggi non possono che essere saperi di parte, che vogliono vivere il tempo presente. Siamo convinti che il sapere e la cultura siano immersi nei rapporti sociali, determinino e siano determinati dalla storia, dai rapporti di potere: non c'è sapere senza conflitto di opinioni, non c'è ricerca dentro un dipartimento senza le domande che vengono poste dal di fuori. I saperi hanno ruoli, finalità, strutturano le forme di vita e la soggettività: non sono mai neutrali! La crisi globale sta producendo continue catastrofi e improvvise esplosioni, dalla rivolta di intere aree Geografiche, come Maghreb e Medio oriente, a nuove operazioni di guerra globale fino a disastri nucleari di portata mai vista, capaci di mettere in ginocchio potenze economiche. Per trovare la bussola in un mondo che cambia continuamente, occorre essere più veloci ma soprattutto avere la possibilità di costruirsi delle chiavi di lettura capaci di trasformare la pratica in teoria e la teoria in nuova pratica, a partire dall'autoformazione e dalla produzione di indipendenza culturale, artistica e politica. Si tratta di riscrivere lo statuto dei saperi, rompendo ogni disciplina costituita, e questo diventa possibile solo se riusciamo a farlo in spazi in cui trasformare la rabbia in costruzione del comune;spazi politici e relazionali, ma anche luoghi fisici in cui concretizzare le idee e imparare a difenderle. Quella che proponiamo è una scommessa affascinante e difficile, ma le nostre intelligenze sono troppo preziose per non rimetterle costantemente in gioco.
Negli ultimi anni siamo stati immersi in straordinari cicli di lotte sulla formazione e contro i tagli al sistema dell'istruzione. Conflitti e mobilitazioni che dal 2008 a oggi hanno fatto emergere con forza la rivendicazione e la necessità di un ripensamento radicale delle forme di welfare nel nostro paese. In particolare nei mesi straordinari dell'autunno siamo scesi in piazza con una varietà di soggetti, apparentemente distanti da noi per condizioni esistenziali e desideri, con cui abbiamo trovato una cifra comune: le forme di ricatto e precarietà a cui siamo costretti da uno stato sociale che non tiene conto delle trasformazioni dei modi di vivere e produrre degli ultimi decenni e dalla gestione di una crisi che produce nuove forme di povertà. Siamo la generazione precaria: sottoposta a meccanismi di sfruttamento spacciati come formazione continua, che vive l'università come luogo del declassamento, a cui manca un riconoscimento delle proprie capacità, senza la possibilità di accedere a un reddito che ci consenta di sganciarci dal sistema familiare e ci faccia condurre una vita dignitosa. Le uniche garanzie che conosciamo sono ontologicamente legate al ricatto e funzionali alla normazione alla precarietà. Basti pensare al dispositivo meritocratico nelle sue mille articolazioni: il meccanismo delle borse di studio,che mentre viene dismesso diventa sempre più un dispositivo che impone tempi di vita e studio insostenibili,la guerra sfrenata ai fuori-corso,che nega ogni riconoscimento a percorsi di formazione autonoma(anche se altamente qualificati),l'iter di l'accesso ai fondi di ricerca che produce forme di ricatto e lavoro gratuito. La realtà pisana non è esente da questi tentativi di sfruttare la produzione di studenti e precari. Tirocini e stage gratuti presso aziende convenzionate con l'università sono normali anche dopo la laurea, per vivere si è costretti a lavori sottopagati e in nero, certo non a livello della nostra formazione. L'apertura di un campo di conflitto per un nuovo welfare, che metta al centro il reddito e la qualità del lavoro e della vita, nasce dalla nostra indisponibilità al ricatto, dal rifiuto della precarietà come condizione esistenziale, dalla resistenza alla guerra all'intelligenza che subiamo. È una sfida che ci è imposta dalla crisi; oggi non solo vediamo aumentare la povertà, ma la precarietà come cifra esistenziale, aldilà delle condizioni contrattuali, diventa condizione comune di precari e (ex)garantiti. Vediamo scorrere intorno a noi una ricchezza che ci è negata, con meccanismi di rendita e sfruttamento che negano il nostro ruolo direttamente produttivo,noi vogliamo iniziare a riappropriarcene, conducendo una battaglia che rifiuti ricatto e sfruttamento e inventi una via d'uscita dal basso alla crisi.
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