Dalla giornata dell'indignazione del 15, costruiamo l'alternativa!
Sabato 01 Ottobre 2011 19:22

Vivere la crisi dentro e fuori l'Università

Il primo anno accademico nell'Università riformata è alla porte. Un anno fa ci muovevamo con una convinzione: la ristrutturazione "definitiva" di Gelmini e Tremonti sancisce una riforma della governance in senso verticistico e antidemocratico e allo stesso tempo il passaggio ad un'Università anticamera dell'azienda, filtro per il mercato del lavoro, più che centro di sviluppo largamente accessibile. Ma nelle piazze una tensione più larga si è sempre percepita: un giovane studente, nel tempo della crisi, è insieme lavoratore, precario, soggetto non rappresentato, futura forza lavoro preferibilmente poco qualificata e quindi più debole. In questo orizzonte, è stato subito chiaro come la battaglia dentro l'Università non può più essere separata da quella per la rivendicazione di un nuovo tipo di welfare, mobilità, diritti, nuovi spazi decisionali, libertà di scelta per le proprie vite fuori dal giogo della precarietà e dal ricatto emergenziale della crisi. Dalle esperienze dei giovani precari italiani in piazza il 14 dicembre, alla battaglia dei metalmeccanici della Fiom, fino al grande percorso verso i referendum di Giugno e alle elezioni amministrative e ai tumulti in Valsusa, una composizione trasversale e fluida si è mobilitata durante tutto l'anno scorso, segno che quelle intuizioni di studenti e precari non solo non sono isolate, ma anzi hanno acquisito, dopo la vittoria estiva sui beni comuni, una vocazione maggioritaria.

Questo riconoscersi in una identità ibrida dei giovani studenti-lavoratori-cittadini, d'altra parte, è la chiave di volta per riconoscere l'unità di quei percorsi nella nostra penisola, dalle rivolte ai referendum, con le straordinarie esperienze dei giovani londinesi, degli Indignados spagnoli, dei ragazzi cileni e maghrebini nei mesi scorsi. In particolare il percorso referendario, insieme alle lotte in Val di Susa, hanno espresso con forza il significato di bene comune. Ovvero, un bene imprescindibile che deve essere scollato dalle logiche di mercato alle quali obbedisce il privato tanto quanto il pubblico. Nell'epoca in cui non sono i governi, bensì le banche e le multinazionali a dirigere le decisioni che piovono sulle nostre teste, si rende necessaria una risignificazione di bene comune, che deve essere tutelato e gestito in modo autonomo dalla collettività.

Il "conflitto generazionale" degli anni presenti - europeo, mediterraneo, e oltre - è incardinato intorno alla condizione esistenziale  cui il capitalismo odierno, l'Università della controriforma, le macerie della rappresentanza democratica ci consegnano: la precarietà, che da condizione meramente contrattuale e lavorativa assume giorno dopo giorno i connotati di condizione esistenziale.

Così, il riconoscersi in tale condizione oggi ci impone di riconoscere il filo rosso che lega la crisi globale  e le manovre di austerity al cambiamento delle nostre vite, dentro e fuori l'Università.

 

Quando a governare sono le banche..

La pressione della crisi e dei suoi effetti in Italia, drammaticamente esplicitati durante l'estate, hanno smascherato in modo non più discutibile la natura del capitalismo finanziario: come il burattinaio Tremonti muoveva la mano della collega Gelmini nel firmare la riforma dell'Università, così la politica economica di un Paese non è dettata dai governi nazionali quanto dal mercato finanziario, dalle agenzie di rating, dalla BCE in Europa. Il fatto che l'asse decisionale sia spostato su organismi non eletti, non politici, quanto mai lontano dall'idea di "partecipazione", rappresenta un punto di non ritorno nel conflitto tra il meccanismo tradizionale di rappresentanza liberale, oggi ridotto a dispositivo di controllo per l'applicazione dei diktat finanziari, e l'impatto dirompente dell'esito dei referendum e delle elezioni amministrative di quest'anno, che al contrario reclamano spazi di decisionalità larghi e partecipati.

Riconosciamo questo moderno ruolo dei governi nazionali, ad esempio, nel modo in cui nel nostro Paese queste forme di alternativa dal basso vengono violentemente aggredite: dalla militarizzazione della Val di Susa, che rappresenta una esperienza avanzata di lavoro per la difesa e la gestione comune del territorio, fino al tentativo di sovvertire proprio il risultato dei referendum sull'acqua e sul nucleare attraverso le misure introdotte dalla manovra finanziaria.

Le democrazie liberali che nei decenni addietro hanno in qualche modo autorizzato il processo, oggi abdicano nei confronti dei diktat.

Il risultato lo racconta la manovra del governo italiano: uno spropositato aumento della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza sociale, un’operazione di sottrazione massiccia del potere d’acquisto dei salari, dei redditi diretti e indiretti, del welfare e di ciò che rimaneva dello stato sociale assistenzialista. Una sorta di rapina in banca rovesciata, con i banchieri e i colossi della finanza che fanno incetta di ogni bene e servizio in circolazione avvalendosi di una fitta rete di estorsori pubblici e privati.

 

Il ricatto del debito

L' Università non è estranea a queste dinamiche. In questo contesto gli atenei, se già da anni si inclinavano verso il ruolo di fabbriche di precariato, oggi hanno perso ogni potenzialità di mezzi di ascensione sociale ed iniziano a fungere come veri e propri operatori di disuguaglianza, dando luogo a meccanismi di marginalizzazione ed esclusione sociale parallelamente a discriminazioni profonde tra i Corsi di Laurea, come è possibile notare nella diversificazione del valore delle Lauree tra gli studi scientifici e quelli umanistici.

Pensiamo agli attacchi trasversali al diritto allo studio e alla lievitazione delle tasse universitarie, che prefigurano un vero e proprio meccanismo di selezione in base al reddito, insieme al prestito d'onore, che in più introduce una agghiacciante deformazione del concetto di "merito", oltre alla beffa di condannare lo studente in formazione non già ad un futuro, ma a un presente di indebitamento.

Il debito, dunque. Entrato nelle nostre vite quando l'agosto di quest'anno ha costretto tutti a parlare di rating e spread, ma in realtà l'arma di controllo più avanzata della finanza, non più un feticcio agitato da Bruxelles, ma toccato con mano da famiglie, precari, studenti, lavoratori ormai non più garantiti.

Questo momento ci prospetta quindi la nuova sfida di essere protagonisti in una fase del genere, all'interno di un'Università riformata, senza vertenze specifiche, ma in un contesto sociale esplosivo che, come abbiamo delineato fin qui, incide sulle nostre vite tanto quanto i passati attacchi al mondo della formazione. Una prospettiva tanto complessa quanto intrigante; intrigante perché, se la crisi ha una portata storica, è epocale anche l'occasione che ci viene offerta di incidere in questo momento di trasformazione.

 

Le nostre vite non sono in debito, reclamiamo reddito e nuovi diritti!

Sentiamo, ad esempio, l'urgenza di pensare a progetti volti alla autoproduzione di reddito ed alla creazione di nuove forme di welfare, dai servizi più basilari al diritto all'abitazione, strumento principale per neutralizzare la generalizzazione della precarietà, in un contesto universitario. Una rivendicazione  che sicuramente costituisce un'uscita dalla crisi senza ricorrere alla povertà e all'indebitamento, è il reddito minimo di esistenza, remunerazione sganciata dalla prestazione lavorativa che permette di essere retribuiti nei momenti di disoccupazione frequenti nel mondo della precarietà, nonché di riavere ciò che è comune e che ci viene continuamente saccheggiato dal mercato.

Ma la reale scommessa per noi, dopo le piazze anti-Gelmini, dopo gli scioperi generali, la valle di Susa, i referendum, consiste nell'approfondire e consolidare quella ibridazione con tutti i soggetti colpiti dagli effetti della recessione, per ricostruire un vero e proprio processo di opposizione sociale che resista al tentativo di declinare la ricetta neoliberista, il dogma del pareggio di bilancio, scatenando una guerra tra i soggetti colpiti nella rincorsa a un briciolo di garanzia. Questo processo non può ridursi ad una semplice negazione, bensì deve essere in grado tramite le sue proposte e le sue pratiche radicali di ridisegnare l'Italia, di formulare un'alternativa a questo modello sociale ed economico a tutti i livelli: dobbiamo essere in grado di porci questo obiettivo e di raggiungerlo, segnando finalmente un'altra vittoria oltre a quella referendaria di giugno.

È proprio la composizione larga, fatta di tutti tali soggetti, che il 15 ottobre in tutta l'Europa daranno voce all'indignazione di massa contro le politiche di austerity. Scendiamo a Roma, per sfiduciare dal basso oltre che questo governo, anche la favola che mercato e diritti sono conciliabili, che finanziaria può essere una via d'uscita dalla crisi quando finanziari sono i fattori scatenanti. Per questo rivolgiamo il nostro dissenso anche a qualunque paventato governo "di unità nazionale": non c'è alternativa, oggi, senza ripensare la natura della partecipazione democratica, senza ribaltare il rapporto tra mercati e politica, senza processi di democrazia collettiva. I tumulti europei e mediterranei insegnano che all'interno di questi processi è presente un potere costituente, che radicalità e consenso sono oggi un tutt'uno.

Come lo scorso anno gridavamo "Uniti contro la crisi!" quest'anno urliamo "Uniti per l'alternativa!", dal basso, è possibile.

TIJUANA PROJECT